
Sono otto le chiese attaccate con bombe molotov nei giorni scorsi in Malesia, l’8 gennaio scorso 4 a
Kuala Lumpur e nella periferia di
Petaling Jaya, mentre due giorni dopo altre 3 a
Taiping, Melaka e Miri hanno subito la stessa sorte, a cui va aggiunta un’altra chiesa a
Seremban l’11 gennaio: un bilancio davvero molto preoccupante, secondo molti direttamente avvenuto per mano di estremisti islamici e connesso alla sentenza con cui l’Alta Corte malese - nella persona del giudice
Lau Bee Lan - il 31 dicembre 2009 ha ufficialmente concesso a un giornale cattolico locale,
Herald Weekly, di utilizzare la parola ‘Allah’ per identificare Dio, dato che nella lingua malese non esiste un termine specifico che rappresenti Dio. In passato, l’Alto Consiglio nazionale delle ‘fatwa’ (organo che si occupa di decreti religiosi islamici) aveva specificatamente stabilito che la parola ‘Allah’ potesse essere utilizzata in Malesia unicamente dai musulmani.
Quando le autorità malesi hanno denunciato il rischio di tensioni interreligiose nel paese (che ricordiamo essere a prevalenza musulmana), l’autorizzazione al giornale in questione è stata revocata, ma a quanto pare troppo tardi, ormai la violenza anticristiana ha preso il sopravvento. Inoltre, è stata avviata una serie di sequestri di Bibbie da parte della polizia, Bibbie contenenti per l’appunto la parola Allah. Le comunità cristiane si difendono semplicemente sostenendo che non esistendo una parola che identifichi Dio all’infuori del termine Allah, impedire loro di usarla costituirebbe di fatto una discriminazione importante: un concetto difficile da concepire per noi, vivendo immersi in una cultura fortemente cristiana, piena di riferimenti e termini per identificare Dio.