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Etiopia: storie difficili

13 maggio 2010 – Etiopia

La processione del funerale si muoveva lentamente dalla chiesa al cimitero. Polvere e lacrime rigavano il volto di Sintayehu, mentre a fatica camminava alla testa del gruppo, ondeggiando leggermente il capo. I collaboratori di Porte Aperte ascoltavano impotenti i suoi gemiti. Era inconsolabile. Pochi giorni prima, precisamente il 20 dicembre 2009, il corpo di Markos Lagiso, suo marito, era stato rinvenuto vicino alla porta di casa loro a Senkele, Etiopia.
La Polizia insisteva nel dire che Markos era morto per una non ben definita faida tra famiglie. I leader delle chiese in città tutt’oggi sostengono invece che sia stato ucciso perché aveva finanziato le spese legali per la sua chiesa nel processo contro gli attacchi da parte degli estremisti islamici, attacchi avvenuti un paio di mesi prima la sua uccisione (settembre 2009). Una settimana dopo l’assassinio, il funerale e i giorni di lutto avevano lasciato dei segni profondi nel volto di Sintayehu. Nel suo cuore si mescolavano il dolore per la perdita di suo marito, le domande senza risposta sul suo assassinio e l’incertezza per il suo futuro. A casa, intanto, c’erano 7 figli di cui prendersi cura, mentre in tasca aveva solo qualche spicciolo e un debito per le spese del funerale.
Altre complicazioni facevano capolino nella sua vita.
C’era il processo da affrontare e le relative pressioni sociali. Un membro della sua famiglia era stato improvvisamente arrestato, sbattuto in cella e una sentenza lo aveva condannato piuttosto rapidamente a 15 anni di prigione. Oggi Sintayehu, debole, affranta e confusa, non si sente al sicuro: è una vedova che vive in una società ostile fatta di uomini che non esitano a trarre profitto dalla sua vulnerabilità. Gli estremisti islamici non la lasciano in pace: suo figlio Abe è stato recentemente accusato di offendere la fede islamica indossando degli abiti tipicamente musulmani, abiti che gli erano stati dati da un amico musulmano: tuttavia il pastore della chiesa sospetta che questa fosse una manovra per circuire il giovane Abe e fabbricare contro di lui un’accusa ufficiale.

Markos aveva aperto un ristorante nel villaggio di Loke. Il giorno del suo assassinio stava spostando l’incasso di molti giorni di lavoro, ma quei soldi sono stati rubati. E’ stato visto un vicino musulmano frugare nelle tasche del povero Markos; quella stessa persona, interrogata, ha poi ammesso di aver rubato quei soldi dal corpo inerme di Markos, ma tra minacce e pressioni Sintayehu sa che non potrà mai sporgere denuncia contro quella persona.

Nonostante tutte queste difficoltà, la vita deve comunque andare avanti, perciò questa giovane vedova è stata costretta a raccogliere tutto il coraggio che le rimaneva, indipendentemente da quanto fosse incerto il suo cammino o contrito il suo cuore, e a prendere delle decisioni difficili. Priva di fondi e di aiuti, Sintayehu ha affidato temporaneamente 6 dei suoi 7 figli a parenti che abitano in una città vicina, con l’obiettivo di allontanarli dalle pressioni e dai pericoli della società in cui vivono, e si è tuffata a capofitto nell’attività del marito. “Dio mi ha aiutato in maniera miracolosa!” ci ha detto. La città dove è situato il ristorante sta crescendo e così l’attività procede bene: “Oggi non ho serie esigenze economiche”, ci ha rivelato. Ma le sue esigenze spirituali sono tante: il dolore immenso della sua perdita, i pericoli derivanti da un ambiente ostile, le problematiche di una madre sola, la rendono molto vulnerabile.

La sua chiesa, col supporto di Porte Aperte, sta facendo tutto il possibile per aiutarla: vuoi aiutarla anche tu? Ha estremo bisogno delle tue preghiere! E se vuoi, puoi scriverle qualche lettera di incoraggiamento! Sintayehu è una delle sorelle e dei fratelli a cui possiamo scrivere, scopri come fare nella nostra sezione SCRIVI.

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