
La processione del funerale si muoveva lentamente dalla chiesa al cimitero. Polvere e lacrime rigavano il volto di Sintayehu, mentre a fatica camminava alla testa del gruppo, ondeggiando leggermente il capo. I collaboratori di Porte Aperte ascoltavano impotenti i suoi gemiti.
Era inconsolabile. Pochi giorni prima, precisamente il 20 dicembre 2009, il corpo di Markos Lagiso, suo marito, era stato rinvenuto vicino alla porta di casa loro a Senkele, Etiopia.
La Polizia insisteva nel dire che Markos era morto per una non ben definita faida tra famiglie. I leader delle chiese in città tutt’oggi sostengono invece che sia stato ucciso perché aveva finanziato le spese legali per la sua chiesa nel processo contro gli attacchi da parte degli estremisti islamici, attacchi avvenuti un paio di mesi prima la sua uccisione (settembre 2009). Una settimana dopo l’assassinio, il funerale e i giorni di lutto avevano lasciato dei segni profondi nel volto di Sintayehu. Nel suo cuore si mescolavano il dolore per la perdita di suo marito, le domande senza risposta sul suo assassinio e l’incertezza per il suo futuro. A casa, intanto, c’erano 7 figli di cui prendersi cura, mentre in tasca aveva solo qualche spicciolo e un debito per le spese del funerale.
Altre complicazioni facevano capolino nella sua vita.