Iraq

La posizione nella World Watch List

Come nella precedente WWL, l’Iraq si trova nella posizione n. 4. Tuttavia è cambiato il punteggio: salito da 74 a 78 punti. La situazione per i cristiani nell’Iraq centrale e meridionale è brutta quanto quella dello scorso anno, tuttavia, gli sviluppi nel nord del paese sono preoccupanti per i cristiani: di fatto anche il nord sta diventando via via più pericoloso.

 

Fonti di persecuzione

La principale fonte di persecuzione in Iraq è l’estremismo islamico. I gruppi estremisti islamici puntano alla pulizia religiosa dell’Iraq per renderlo un paese esclusivamente islamico. Dall’invasione che gli Stati Uniti hanno guidato nel 2003, la situazione è andata continuamente deteriorandosi, con l’aumento di sentimenti antioccidentali (pertanto anticristiani) insieme all’escalation di violenza perpetrata da gruppi di militanti islamici, il cui numero è in aumento nel nord, ora alimentati dalla guerra civile della vicina Siria. Uno dei loro obiettivi è l’eliminazione dei cristiani dal paese e sono i principali responsabili della violenza a loro danno. La situazione è aggravata dal clima d’impunità permesso dal governo.

Nel governo iracheno e curdo il ruolo dell’Islam è in aumento per effetto degli sviluppi regionali. Banditi durante il periodo di Saddam, i partiti politici islamici, sciiti e sunniti, hanno fatto il loro ingresso nella politica del paese e hanno raggiunto un ruolo di maggioranza nel Parlamento. Diversi partiti sciiti coltivano relazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran e di conseguenza aumenta l’influenza di quest’ultima sull’Iraq, che diventa più islamico, facendo pressioni anche sul governo curdo nella stessa direzione. I cristiani, soprattutto gli ex musulmani, ci hanno riferito che le loro attività sono sorvegliate dai servizi segreti iraniani. La società irachena in generale sta diventando più islamica. E’ in aumento il controllo delle donne nel sociale, l’osservanza del Ramadan e l’abbigliamento islamico. Persino le donne cristiane a Bagdad e Mosul sono costrette a indossare il velo islamico per potersi muovere con maggiore sicurezza al di fuori delle loro case.

Anche a Mosul e Bagdad e ampie zone di Bassora (zone centro e sud del paese, non ancora al nord) i cristiani vengono forzati a vendere le loro case. Quando le case sono state vendute, gli agenti immobiliari avvisano gli estremisti che prontamente sequestrano i cristiani in questione, dato che ora sono in grado di pagare un riscatto. Il tutto si può svolgere in un solo giorno: il rapimento e il pagamento del riscatto. Questo tipo di notizie raramente arrivano ai giornali, perché i rapiti vengono immediatamente rilasciati non appena viene versato il denaro, oltre che per il timore di ripercussioni.

Nel Kurdistan il governo ordina di vendere terreni ai Yezidis (musulmani) in zone ad ampia maggioranza cristiana e città dove solo i cristiani avevano acquistato terreni e case. Ne consegue che ora moschee, centri culturali curdi e abitazioni vengono costruiti su terra che originariamente apparteneva ai cristiani. In una città il Ministero delle Infrastrutture ha ordinato la costruzione di un edificio con sei appartamenti per sciiti provenienti dai villaggi vicini. Questo modo di procedere è assimilabile al processo di arabizzazione che Saddam Hussein aveva imposto anni prima ad aree come Kirkuk. Questo “processo demografico inverso” è andato avanti per anni in molte zone a maggioranza cristiana della regione curda e se la tendenza non cambia, queste zone diventeranno gradualmente musulmane.

 

Elementi di contesto

L’Iraq ha una lunga storia cristiana. Rispetto agli odierni confini, Abramo proveniva dall’Iraq. Mosul è il nome della moderna città sorta sulla storica Ninive, di cui parla il libro di Giona.  Da generazioni i cristiani abitano città come Bagdad e Mosul. Solo una decade fa l’Iraq aveva una delle più vaste comunità cristiane del Medio Oriente. I cristiani vivevano lì da due millenni, ma sono attualmente vicini all’estinzione.

Da quando le truppe statunitensi hanno iniziato a ritirarsi dal paese, l’Iraq soffre un’incertezza strutturale, conflitti e instabilità sotto un governo incapace di farsi rispettare come stato di diritto in grado di fornire minime sicurezze. La corruzione è alle stelle e la violenza settaria non trova freni.

L’Iraq è diviso in due parti, la regione semi autonoma curda nel nord ufficialmente governata dal Governo Regionale Curdo a Erbil, e l’ampia parte araba, controllata dal governo iracheno di Bagdad. Curdi e arabi hanno rispettive lingue e culture. La gran parte delle riserve petrolifere dell’Iraq si trovano vicino a Kirkuk e Mosul, la zona di confine tra la regione curda e la parte araba dell’Iraq: queste sono di fatto le località più violente del paese. I cristiani vivono nel fuoco incrociato di due diverse fazioni: quella che lotta per l’autonomia curda e quella impegnata nella pulizia religiosa dell’Iraq ad opera di gruppi terroristi islamici che vogliono epurare il paese affinché sia solo islamico. L’aspirazione curda alla sovranità, un desiderio espresso anche da tre province sunnite dell’Iraq arabo, potrebbe essere un fattore molto destabilizzante per il paese.

Recentemente si sono formati gruppi cristiani di ex musulmani nella regione curda, che hanno fatto leggermente aumentare il numero degli ex musulmani. Questi numeri però non compensano l’elevato numero di cristiani che hanno lasciato il paese. Tristemente le profonde divisioni etniche, politiche e religiose si avvertono anche nelle varie denominazioni, aumentando così la tensione anche fra i cristiani. La costituzione di uno stato assiro sulla piana di Ninive è l’esempio di quanto queste questioni siano spinose e possano portare ad avere problemi con le autorità locali. D’altro canto il nostro collaboratore ci fa notare che c’è speranza. Stanno aumentando le collaborazioni fra pastori ex musulmani nel nord. Le chiese e le organizzazioni più tradizionali stanno raggiungendo i profughi siriani organizzando sostegno pratico tramite la raccolta di coperte, giocattoli, ecc. da distribuire ai profughi.

 

Tipi di cristianesimo colpiti

Ci sono quattro tipi di cristianesimo in Iraq. Tre di questi sono particolarmente colpiti: le chiese tradizionali (Assiro Ortodossa, Cattolico-Caldea o Siro-Cattolica, Armena). Le chiese evangeliche (zone di Ninive, Bagdad e Bassora) e, infine, i convertiti ex musulmani. Questi cristiani autoctoni affrontano persecuzione o discriminazione principalmente dalle autorità, leader religiosi non cristiani e movimenti fanatici. Gli ex musulmani e in qualche misura i cristiani evangelici, sono vessati dall’opposizione delle famiglie (allargate).

La comunità cristiana straniera viene sorvegliata in misura crescente da parte delle autorità. Dopo l’uccisione di un insegnante cristiano americano a Sulaymaniyah nel marzo 2012, ci sono stati seri dibattiti nel governo regionale curdo per frenare le attività cristiane e l’impiego di insegnati d’inglese stranieri. Alcuni bollavano tutti i lavoratori occidentali come missionari, un’accusa molto seria che ha raggiunto un po’ tutti gli stranieri.  Di conseguenza, tutti gli insegnanti d’inglese sono sottoposti a un serio controllo di sicurezza prima di ottenere il permesso di soggiorno. Inoltre tutti gli altri lavoratori stranieri devono fornire regolari aggiornamenti di sicurezza, per esempio una persona che funga da loro garante.

 

Sfere della vita

In Iraq la pressione sui cristiani è elevata in tutte le sfere della vita. Per esempio, la costituzione federale irachena recita che ogni individuo ha libertà di pensiero, coscienza e credo. Tuttavia la Sharia è la principale fonte legislativa, che proibisce la conversione dei musulmani ad altre religioni. Ciò rende legalmente impossibile l’applicazione della libertà di credo nel caso di convertiti dall’Islam, poiché non sono in grado di cambiare la designazione religiosa sulla loro carta d’identità. Pertanto i figli che prendono la religione automaticamente dal padre saranno considerati musulmani, sebbene il padre non lo sia più in quanto ex musulmano.

Essendo una minoranza, i cristiani sono un facile bersaglio dei rapitori in quanto non sono parte di un clan che li possa proteggere e probabilmente non reagiranno violentemente. Secondo i cristiani iracheni, la religione, oltre al profitto economico, costituisce buona parte del movente di questi rapimenti. Sebbene molti cristiani non nascondano la loro identità e siano disposti a soffrire per Cristo, la Chiesa sembra soccombere sotto l’aggressione violenta: i matrimoni ne soffrono, i bambini sono maltrattati dai genitori che fanno uso di alcool e droghe per far fronte alla sofferenza. In mezzo a tutto questo i leader cristiani si sentono spesso sopraffatti dalla sfida che tutti questi bisogni rappresenta e rimangono nel mirino degli estremisti. Molti di loro sono scappati o sono stati uccisi e la chiesa è carente di leader capaci.

I cristiani che si sono rifugiati nella regione a nord, affrontano la discriminazione delle autorità curde. Dato che la maggior parte dei cristiani che ha lasciato Mosul o Bagdad parla arabo, spesso non trovano una comunità cristiana che offra il culto nella loro lingua, poiché la maggior parte delle chiese tradizionali nella regione del governo curdo o della piana di Ninive utilizza la lingua originale caldea o assira. A causa della forte emigrazione, si verifica il preoccupante fenomeno della mancanza di membri di chiesa o di leader in alcune zone centrali e meridionali dell’Iraq che spinge alla vendita delle chiese.

 

Violenza

Rapporti da fonti locali sembrano indicare un aumento del numero delle minacce e degli attacchi individuali contro i cristiani durante il 2013. Secondo un’autorità locale di Mosul, ogni due o tre giorni avviene un abuso, rapimento o assassinio di un cristiano. La sicurezza dei cristiani nell’Iraq settentrionale continua a peggiorare. Gli attacchi ai villaggi cristiani e gli attacchi ai cristiani inducono tutti a pensare che non siano al sicuro nemmeno al nord. Le evasioni di circa 500 detenuti collegati ad Al Qaida contribuiscono ad alimentare questo senso di debolezza e incapacità del governo che è alla mercé delle organizzazioni terroriste. Nella primavera del 2013 un villaggio cristiano è stato attaccato da curdi in sintonia con l’islamizzazione delle aree cristiane. Era solo uno dei tanti ma se ne è parlato molto.

Nell’Iraq centrale e meridionale la situazione è sempre stata pessima. A Bagdad, i cristiani sono obbligati a rimanere all’interno perché l’esterno, per le strade, è troppo pericoloso. Diversi cristiani sono rimasti uccisi nel 2013: a Mosul hanno tagliato la gola a un’insegnante cristiana nel gennaio 2013. Dato che è avvenuto durante un periodo di violenza settaria e criminalità, non è del tutto certo che c’entrasse la componente religiosa. Tuttavia considerando come è stata assassinata, trattandosi di una cristiana, è molto probabile che sia stato un assassinio motivato dall’estremismo islamico.

Nel febbraio 2013 un convoglio di automobili di un ministro cristiano è stato attaccato. La guardia del corpo, anch’egli cristiano, è rimasto ferito nell’attacco. Episodi più recenti di violenza comprendono attacchi ad attività commerciali appartenenti ad assiri e a una chiesa di Bagdad nel giugno 2013. Sempre in giungo, la città cristiana di Jami Rabatki nella provincia di Dohuk, regione curda, è stata attaccata. Giugno, il mese precedente al Ramadan nel 2013, è stato estremamente sanguinoso e ha pesantemente afflitto tutte le comunità cristiane nel paese.

Il 3 settembre dei cristiani assiri sono stati attaccati a Dashtak, Kurdistan. Erano fuggiti da un altro villaggio dove i curdi  e i turchi stavano combattendo. Fra gli assalitori vi erano poliziotti curdi, che hanno picchiato e insultato gli anziani del villaggio che cercavano di mediare.

Più di 50 persone sono rimaste ferite quando un’auto bomba è esplosa di fronte alla casa di un noto politico assiro cristiano a Kirkuk il 22 settembre. Il politico è rimasto illeso, ma sua moglie e i suoi figli sono stati feriti in quello che è sembrato un attacco suicida.

Attualmente si stima siano 330,000 i cristiani rimasti in Iraq, del milione e 200 mila che c’erano agli inizi degli anni novanta. La gran parte di questi è fuggita all’estero (Giordania, Libano e Siria) o nella regione settentrionale curda in seguito alla grave violenza anticristiana (minacce, stupri, assassinii, furti, sequestri e attacchi alle chiese). Quelli che si sono rifugiati al nord sono considerati profughi interni al paese; costituiscono la maggior parte dei disoccupati e senza tetto, oltre alle difficoltà di trovare scuole (soprattutto università) per i loro figli, adeguate cure mediche e razioni di cibo mensili, a causa degli ostacoli nell’essere registrati: subiscono dunque una palese discriminazione. Recentemente i cristiani stanno lasciando anche il nord a causa degli attentati nei mesi di settembre e ottobre, oltre al progressivo deterioramento già descritto. “Ogni giorno due o tre famiglie lasciano Bagdad per andare in occidente”, ci ha riferito il coordinatore sul campo di Open Doors.

 

Prospettive future

Di cattivo auspicio sembra sia il progressivo deterioramento della sicurezza per i cristiani nelle zone relativamente più libere e semi-autonome del Kurdistan, dovuto all’aumento dell’estremismo islamico. Gli analisti ritengono che una delle motivazioni di tale aumento sia la deriva dell’Iraq verso l’orbita iraniana, mentre l’influenza degli Stati Uniti nel paese è in calo.

Nella sua previsione 2014-2018, l’unità di raccolta informazioni dell’Econimist definisce la situazione politica dell’Iraq come “continuamente e altamente instabile. La violenza ha subito un’impennata dal mese di aprile 2013 verso picchi che non si verificavano dal 2008. La debolezza del governo di unità nazionale, insieme al crescente autoritarismo del primo ministro, continueranno a esacerbare le persistenti divisioni fra le varie comunità che compongono la società irachena. Tensioni tra i partiti arabi e il governo regionale del Kurdistan (KRG) persisteranno in quanto il proposto referendum sul futuro della provincia di Kirkuk, come pure quello di diverse altre aree oggetto di dispute, continuerà a essere posticipato. La scena politica irachena resterà instabile in quanto l’autorità del governo centrale è minacciata da gruppi militanti. C’è il rischio che la violenza settaria aumenti e conduca a una divisione de facto delle comunità religiose irachene”.  La debolezza dello stato sarà presumibilmente sfruttata a loro vantaggio dai gruppi di insorti ansiosi di espandere la loro base d’influenza, rendendo ancora più difficile la condizione dei cristiani. L’esodo dei cristiani significa anche la perdita del pluralismo nella società irachena e la perdita della tolleranza verso i gruppi che dissentono. L’aumento dell’intolleranza combinata alle crescenti divisioni della società irachena dipinge un orizzonte oscuro nel futuro delle minoranze religiose in Iraq.