Libia: la voce dei cristiani libici

Domani ci sarà un’altra manifestazione di massa in Libia. Dove esiste e funziona una rete cellulare, gli sms arrivano di continuo, la gente si dà appuntamento in piazza per quella che sembra essere la spallata finale al rais, dopo l’inizio del 17 febbraio scorso: in 7 giorni siamo giunti a tutto questo. Manifestazioni e scontri, feriti e vittime, cecchini che sparano dai tetti e bombardamenti sulla gente, incendi e saccheggi, divisioni tribali e ammutinamenti di militari e poliziotti, la presa di intere città da parte degli insorti e i cittadini stranieri in fuga: la Libia è un delirio di violenza e caos. Asserragliato nel bunker di Tripoli, Gheddafi sembra deciso a decimare il suo stesso popolo pur di restare al comando, mentre chiama mercenari e miliziani africani amici per soccorrerlo. Si parla di migliaia di morti, ci sono immagini di probabili fosse comuni scavate nelle spiagge di Tripoli, così come video di fucilazioni di decine di militari rifiutatisi di eseguire gli ordini del rais. Caos e follia.

Un vero e proprio esodo si sta verificando ai confini con l’Egitto, nel valico di Sallum, anche se sembra che l’esercito egiziano riesca a mantenere il controllo, lasciando passare nella direzione opposta (quindi verso la Libia) le forniture mediche che vengono inviate per aiutare il popolo libico. Molti tentano la fuga via Tunisia, ma anche lì per ora si tratta più che altro di cittadini stranieri. A due navi da guerra libiche era stato chiesto dal comando di Gheddafi di bombardare Bengasi, ma i comandanti si sono rifiutati e ora si trovano al largo di Malta. Si hanno notizie anche di piloti di aerei che disertano, rifiutandosi di bombardare il loro stesso popolo e facendo addirittura precipitare i velivoli in mare. Intanto il ramo nordafricano di Al Qaeda si schiera a fianco dei dimostranti anti-regime, un ulteriore elemento di destabilizzazione e preoccupazione.

In Libia la piccola comunità cristiana indigena è isolata, lo è sempre stata, ma ora la situazione è ancor più drastica: la pressione sui pochi credenti indigeni (cioè arabi-libici) è fortissima. In questi giorni mantengono un profilo bassissimo e le voci che ci giungono parlano di credenti nascosti terrorizzati da quanto sta accadendo. La Libia ha una popolazione di oltre 6 milioni di abitanti: il 97% di loro è musulmano sunnita. La religione di stato è l’islam e influenza buona parte della vita sociale, ciò significa che un ex-musulmano convertito a Cristo si scontra con l’opposizione anche violenta della società in cui vive (famiglia, amici, colleghi, autorità, polizia segreta). Parlando di comunità cristiane non indigene in Libia, possiamo dire che consistono quasi esclusivamente in migranti del basso Sahara e in pochi lavoratori immigrati americani ed europei. In totale si stima ci siano circa 180.000 credenti immigrati, ma ora molti sono in fuga; congregazioni di immigrati fino a prima di questa rivoluzione potevano radunarsi, tuttavia venivano spesso sorvegliate.

Gli arabi libici sono uno dei popoli al mondo meno raggiunti dal Vangelo. Finora non era permessa nessuna forma di evangelizzazione od opera missionaria, chissà cosa accadrà in futuro. La deriva estremista o comunque di un islam più radicale è un serio pericolo. Senza dubbio dobbiamo pregare per il popolo libico e per la comunità cristiana in questo paese.