Mali: nel nord dal caos alla sharia

Il nord caduto nelle mani dei tuareg offre campo aperto all’islam radicale. Chiese e istituti cristiani attaccati, mentre i cristiani fuggono.

Le preoccupazioni di molti si sono rivelate profetiche: la caduta di Gheddafi in Libia ha innescato una reazione a catena che ha reso instabili ampie regioni dell’Africa sub-sahariana. In questo articolo vorremmo parlarvi del Mali e della condizione dei cristiani, cercando di dirvi cosa stia accadendo in questo paese.

Il 22 marzo scorso il governo del Mali è stato deposto dai militari con un golpe, perché accusato di non essere in grado di gestire la ribellione dei tuareg che stava prendendo piede nel nord del paese. I ribelli tuareg del Mali sono una popolazione berbera africana i cui membri vivono nomadi nel Sahara e che durante la recente guerra in Libia hanno servito come mercenari anche per Gheddafi; finita la guerra e caduto il colonnello, i tuareg ben armati ed equipaggiati hanno rivolto le loro attenzioni verso la terra natia del Mali, iniziando una sorta di colonizzazione armata che in breve, anche grazie al vuoto di potere causato dal golpe militare di marzo, li ha portati a dichiarare l’indipendenza di una regione ribattezzata con il nome di Azawad (la parte settentrionale del Mali). Il loro Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad ha chiesto di aderire alle Nazioni Unite ed essere riconosciuti dalla comunità internazionale come stato indipendente. Le Nazioni Unite, dal canto loro, hanno più volte manifestato preoccupazione per la presenza di estremisti islamici e persone collegate ad al Qaeda tra i ribelli tuareg. Di fatto tra loro esiste una fazione fortemente islamica, il cosiddetto gruppo di Ansar Dine, che senza mezzi termini vuole imporre la legge islamica nelle zone conquistate prima e in tutto il paese poi. Ampie regioni come Kidal, Gao e Timbuktu sono sotto il controllo dei tuareg, appoggiati da fette della popolazione e da mercenari di varia origine, persino membri dei Boko Haram nigeriani si sono uniti a loro, in un cocktail mortale di estremismo islamico e rivendicazioni territoriali. Va ricordato che il Mali è ricco di giacimenti di ferro, oro, uranio (e altri minerali) assai poco sfruttati per mancanza di infrastrutture.

Dal punto di vista della religione, l’80% della popolazione è musulmana (sunnita), mentre i cristiani sono una piccola percentuale (1 o 2%). Soprattutto nelle città di Gao e Timbuktu, i cristiani sono stati bersaglio di attacchi mirati. I ribelli oltre ad aver saccheggiato e distrutto banche, uffici governativi e negozi, si sono accaniti in particolar modo contro chiese e istituti cristiani di aiuto sociale e sviluppo, che ora dunque risultano distrutti. L’istituto biblico di Gao adesso è nelle mani dei tuareg che lo usano come quartier generale del loro movimento. A Timbuktu si sta costringendo con la forza la gente ad andare in moschea e a convertirsi all’islam; proibito qualsiasi abito occidentale, le donne devono girare velate (con burqa), tra coloro che non girano velate molti sono i casi di rapimenti, la legge del taglione viene applicata a chi ruba e i soldati del governo vengono stanati e assassinati. Appena è giunta la notizia che i ribelli stavano per prendere possesso di Gao e Timbuktu, pastori e membri di chiesa sono stati avvisati e in gran numero sono letteralmente fuggiti dalle città perdendo tutto, ma salvando le loro vite. Siamo in contatto con campi di rifugiati a Bamako (la capitale del Mali) dove vi sono centinaia di cristiani. Chiesa Battista e Assemblee di Dio sono le più diffuse nel nord del paese e dunque quelle più colpite. Ad oggi il Mali non è presente nella nostra WWList, ma se le cose non dovessero migliorare potrebbe vedersi inserito nei 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani.