Quattro anni fa a Garissa (in Kenya), durante il periodo pasquale, ben 143 studenti cristiani, dopo essere stati accuratamente selezionati, vennero uccisi a causa della loro fede da un commando armato di Al-Shabaab.

Il college, situato nella zona nord-orientale del Kenya, vicino ai confini con la Somalia, è l’unica università dell’intera area. Area che secondo molti è stata lasciata a se stessa dal governo centrale.

Dopo gli attacchi l’università è stata chiusa, ma nove mesi dopo, il college ha riaperto. Uno studente ha scritto: “Al-Shabaab potrà uccidere i nostri corpi, ma non potrà uccidere i nostri spiriti. Ricostruiremo e riapriremo come se niente fosse accaduto”.

Almeno una sopravvissuta, tuttavia, non è stata in grado di tornare in quel college. Reachel Ginkonyo, diciannovenne nell’aprile 2015, è stata colpita dai proiettili mentre si trovava a pregare con i compagni di studio. “Quegli uomini hanno sbattuto la porta e hanno sparato dappertutto. La gente urlava e piangeva” ricorda. Gli aggressori hanno continuato a sparare su Reachel (sette proiettili in tutto) anche mentre giaceva già a terra. Delle 22 persone riunite in preghiera solo 8 sono sopravvissute.

Sono stata l’ultima ad uscire viva da quella stanza”, ha detto al telefono dalla sua città natale, dove ha trascorso le vacanze pasquali di quest’anno, mentre si trova impegnata al suo ultimo anno di studi in Psicologia alla Kenyatta University di Nairobi. Non è tornata al campus di Garissa perché le pallottole le hanno attraversato il midollo spinale. Adesso si trova su una sedia a rotelle, dopo aver subito molti interventi chirurgici, e il college di Garissa non è ben attrezzato per le sue esigenze.

Sua sorella Emma stava completando la scuola secondaria all’epoca dell’attentato, ora vivono insieme in un ostello per studenti: “Posso fare tutto sulla mia sedia a rotelle. Posso lavare i vestiti, fare la spesa e cucinare, ma a volte mi stanco molto, quindi Emma mi aiuta. E mi aiuta anche ad andare in giro sulla sedia a rotelle.”

Reachel continua “In realtà non provo alcun dolore fisico adesso. La mia sedia a rotelle è elettrica e ho avuto 3 anni per adeguare la mia vita. All’inizio era davvero difficile. Avevo paura perché avevo perso del tutto la sensibilità alle gambe e i medici non erano molto chiari su quanto potevano fare per aiutarmi a riprendermi. Ma attraverso la fede sono stata in grado di andare avanti e capire che Dio è presente in questa situazione. Anche quando ero sdraiata per terra, quel giorno, e pensavo di morire, sapevo che Dio avrebbe salvato la mia anima e che, in tal caso, avrei evitato le sofferenze qui sulla terra.”Ho dei buoni amici e un fidanzato, e ovviamente mia sorella e una famiglia. Un giorno forse potrò avere anche dei figli. Prego che, una volta laureata come psicologa, io possa essere in grado di aiutare molte persone che hanno vissuto esperienze traumatiche come la mia e che io possa essere una benedizione per gli altri”.