Nei giorni in cui il caso coronavirus, diffusosi in diversi paesi dell’Asia, riempie le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, generando un esteso allarme collettivo, i cristiani nordcoreani si trovano a dover affrontare un doppio pericolo: il virus e le tensioni dovute a un’incessante persecuzione a motivo della fede.

Nonostante il Paese non abbia, al momento, confermato casi di infezione, all’ospedale di Sinuiju, al confine con la Cina, 5 persone sono decedute dopo aver sofferto di febbre alta. Mentre Pyongyang nega che i decessi siano stati causati dal coronavirus, il Ministero della Salute Pubblica della Corea del Nord ha segnalato che le persone sospettate di essere infette sono state messe in quarantena e curate.

La presenza di persone infettate dal virus, in un Paese come la Corea del Nord, quasi del tutto privo di strutture mediche e di medicinali, potrebbe avere un impatto molto grave. La mancanza di cibo e medicine “è stato uno dei motivi per cui, nel passato, il colera e la SARS hanno causato la morte di molti bambini in Corea del Nord”, ha condiviso Timothy Cho, nordcoreano fuggito dal Paese, “Io ero uno di quei bambini infetti e stavo solo aspettando di morire, senza cibo e senza medicine”.

Anche un ex diplomatico nordcoreano ha riferito: “Perfino l’élite deve razionare il paracetamolo e l’ibuprofene scaduto quando scoppiano malattie contagiose”. Se questo avviene per le persone benestanti, quanto più risulterà difficile ricevere trattamenti medici per la gente comune.

Chiediamo di pregare per la situazione in Corea del Nord, per la salute e per i bisogni della popolazione. Ricordiamoci anche dei cristiani nordcoreani, costretti a dover affrontare, oltre al pericolo del virus, anche la costante pressione di vivere segretamente la propria fede.