Testimonianze dei cristiani perseguitati
Dietro ogni numero della persecuzione c’è una persona, una famiglia, una storia. In questa sezione raccogliamo alcune delle testimonianze provenienti dalla Chiesa perseguitata: storie di uomini e donne che hanno trovato speranza nel mezzo della sofferenza, forza nella debolezza e pace anche nelle circostanze più difficili. Le loro voci ci ricordano come il Vangelo continui a trasformare vite anche nei luoghi dove la fede costa di più.
Cho: l’uomo che portava speranza tra le montagne
Per decenni la Corea del Nord è stata considerata il luogo più pericoloso al mondo per seguire Gesù. In questo scenario, Cho, un cristiano cinese, ha dedicato la sua vita a una missione straordinaria: cercare i fuggitivi nordcoreani nascosti lungo il confine e offrire loro aiuto, protezione e il Vangelo.
Ogni settimana affrontava sentieri impervi tra le montagne, consapevole che essere scoperto avrebbe potuto costargli la libertà. I rifugiati che incontrava vivevano nella paura: se catturati, sarebbero stati rimpatriati e sottoposti a interrogatori brutali, lavori forzati o persino alla morte. Eppure Cho continuava a tornare. «Il mio scopo è salvare anime», ripeteva spesso.
Un giorno trovò due giovani nordcoreani, Cheol-Ho ed Eun-Yeong, nascosti tra i cespugli. Sporchi, affamati e diffidenti, inizialmente rifiutarono il suo aiuto. Ma quando videro il cibo che aveva portato, iniziarono a fidarsi. Nei giorni successivi Cho tornò più volte da loro con riso, acqua, coperte e una Bibbia. Alla domanda sul perché stesse facendo tutto questo, la sua risposta fu semplice: «Perché Gesù vi ama».
All’inizio i due giovani rifiutarono la Bibbia. Poi Eun-Yeong raccontò di aver sognato un uomo che la chiamava per nome. Convinta che si trattasse di Gesù, decise insieme a Cheol-Ho di saperne di più. Accettarono così di raggiungere una casa sicura sostenuta da Porte Aperte in Cina, dove scoprirono il Vangelo e affidarono la loro vita a Cristo.
La storia non finì lì. Nonostante i rischi enormi, entrambi decisero di tornare in Corea del Nord per condividere la speranza che avevano trovato. Un anno dopo, Cho ricevette un messaggio cifrato: «La nostra famiglia è cresciuta. Ora siamo cinque». Altre tre persone avevano conosciuto Gesù attraverso la loro testimonianza.
Poco prima di morire, Cho chiese che i suoi risparmi fossero utilizzati per continuare la missione. Anche se non sappiamo quante persone abbiano incontrato Cristo attraverso il suo servizio, la sua vita dimostra che la luce del Vangelo può brillare anche nei luoghi più bui.
Aweis: «Non vogliamo tacere»
Essere cristiani in Somalia significa vivere costantemente sotto minaccia. Per Aweis, però, seguire Gesù è diventato più importante della sicurezza, dell’appartenenza al clan e persino della propria vita.
Cresciuto alla periferia di Mogadiscio in una famiglia musulmana, era destinato a seguire le orme del padre, un imam rispettato. Eppure, più studiava l’islam, più crescevano dentro di lui domande senza risposta. Un giorno, ascoltando la BBC per imparare l’inglese, sentì una trasmissione cristiana in lingua somala. Fu l’inizio di un percorso che avrebbe cambiato ogni cosa.
Dopo aver ricevuto un Nuovo Testamento, lo mostrò a suo padre. La reazione fu durissima: «Se diventi cristiano, sarò io a ucciderti». Quando la decisione di seguire Gesù divenne definitiva, la famiglia lo isolò completamente. Niente più pasti insieme, niente più relazioni. In Somalia perdere il proprio clan significa perdere identità, protezione e futuro.
Nonostante la solitudine, Aweis continuò a cercare altri credenti. L’incontro con Liban, il suo primo fratello in Cristo, fu una gioia immensa. Insieme iniziarono a costruire una piccola comunità. Ma presto arrivò la persecuzione. Uno dopo l’altro, i suoi amici vennero uccisi. Liban fu assassinato per primo. Alla fine rimasero solo in due.
Traumatizzato e terrorizzato, Aweis lasciò il Paese. In una nazione vicina poté studiare teologia e prepararsi al ministero. Oggi serve la Chiesa somala nel Corno d’Africa, traducendo la Bibbia e formando leader cristiani.
Riceve ancora minacce ogni giorno, ma non intende fermarsi. «Non provate pena per noi», dice. «Gioite insieme a noi, perché siamo considerati degni di soffrire per Cristo». La sua preghiera non è che la persecuzione finisca, ma che i credenti rimangano forti e fedeli al Vangelo.
Ariana: dalla paura alla libertà
Ariana è cresciuta in Afghanistan, in una società dove le donne hanno pochissima libertà e dove la famiglia decide ogni aspetto della loro vita. Fin da giovane imparò cosa significa vivere sotto il controllo degli altri.
La sua vita cambiò quando venne scoperta una lettera del ragazzo che amava. Per evitare uno scandalo che avrebbe potuto costarle la vita, la famiglia la costrinse a sposarlo rapidamente. Quello che sembrava un destino imposto si trasformò invece nell’inizio di qualcosa di inaspettato.
Dopo il matrimonio si rese conto che la nuova famiglia era diversa. Solo più tardi scoprì la verità: erano credenti nascosti. Anni prima avevano ricevuto il Vangelo da un uomo russo e seguivano Gesù clandestinamente. Quando la violenza si intensificò, la famiglia fuggì in Asia centrale e lì condivise con Ariana la propria fede.
Ariana decise di seguire Cristo. Ma questa scelta ebbe un costo. Ancora oggi vive come rifugiata, senza pieno riconoscimento legale e con la costante paura di essere rimpatriata. Se tornasse in Afghanistan, rischierebbe la morte.
La prova più dolorosa arrivò attraverso una telefonata del fratello. «Sei diventata cristiana. Sono disposto a vendere tutto pur di venire a ucciderti». Quelle parole continuano a risuonare nella sua mente.
Eppure Ariana ha trovato una pace che nessuna minaccia può cancellare. Aggrappata alle promesse di Romani 8, oggi visita altre famiglie afghane rifugiate, condividendo la Parola di Dio e offrendo sostegno a chi vive nella paura. Molte donne le ripetono sempre la stessa cosa: «Quando vieni, ci sentiamo in pace». Ariana sorride e risponde che non è merito suo, ma della presenza di Dio.
Beatriz: il proposito di Dio in mezzo all’opposizione
Fin da giovane, Beatriz sognava di condividere il Vangelo. Non immaginava che Dio l’avrebbe chiamata a servire nel cosiddetto “Cerchio del Silenzio”, una delle zone più difficili del Messico per i cristiani.
Con suo marito Marcos, si trasferì in una regione dominata dalle tradizioni religiose locali e dall’influenza dei cartelli della droga. I primi mesi furono estremamente difficili. Beatriz cadde in una profonda depressione e sentiva una forte opposizione spirituale. Più volte percepì una voce che le intimava di lasciare quel luogo.
La persecuzione divenne presto concreta. Un vicino avvelenò i loro animali domestici. La sostanza contaminò accidentalmente la loro bambina di due anni, che entrò in shock anafilattico. Solo un intervento tempestivo e quella che la famiglia considera una risposta miracolosa alla preghiera salvarono la piccola.
Nonostante tutto, Beatriz decise di restare. «Anche se nostra figlia fosse morta, noi saremmo rimasti qui, perché Dio ci ha chiamati», racconta.
Con il tempo trovò una nuova strategia. Insieme al marito aprì un centro ricreativo per bambini e iniziò a costruire amicizie con le madri del villaggio. Attraverso relazioni autentiche e la propria testimonianza, riuscì a creare un gruppo di donne che oggi studiano la Bibbia, pregano insieme e ritrovano dignità e speranza.
Oggi quel piccolo gruppo continua a crescere, nonostante molte partecipanti debbano ancora incontrarsi in segreto. La storia di Beatriz dimostra che Dio può trasformare l’opposizione in opportunità e usare persone comuni per cambiare intere comunità.
Shima: «Non rinnegherò Cristo»
Shima aveva solo quindici anni quando pregò per la prima volta: «Gesù, voglio darti il mio cuore». In Iran, però, una decisione del genere può cambiare completamente il corso della vita. Cresciuta in una famiglia musulmana, vide suo padre trasformarsi dopo aver incontrato il Vangelo. Da uomo schiavo della dipendenza, divenne una persona nuova. Quel cambiamento la colpì profondamente e la avvicinò a Cristo.
Con il tempo, anche sua madre e sua sorella decisero di seguire Gesù. La famiglia iniziò a frequentare una chiesa domestica, l’unica possibilità per molti convertiti dall’islam in Iran. Shima si impegnò nella crescita spirituale, partecipando a un programma di discepolato e a un corso online di leadership cristiana che la preparò ad affrontare la persecuzione.
Poi arrivò il giorno che cambiò tutto.
Alle quattro del mattino sei uomini scavalcarono il muro della sua casa. Entrarono senza preavviso, rovistarono ovunque e sequestrarono libri, telefono e computer. Shima venne portata via per essere interrogata. Gli agenti cercarono di intimidirla: le dissero che nessuno l’avrebbe più assunta, che non avrebbe potuto completare gli studi né costruirsi un futuro.
Quando fu rilasciata, si rese conto che la sua vita era ormai sotto sorveglianza. Aveva perso opportunità di studio e lavoro e, ciò che faceva più male, era stata tradita da persone di cui si fidava. Durante gli interrogatori le vennero chiesti i nomi di altri cristiani e numerosi dettagli sulle attività della chiesa. Infine le misero davanti un foglio e le ordinarono di firmare una dichiarazione di pentimento per essere diventata cristiana.
La risposta di Shima fu chiara.
«Non scriverò ciò che non credo. Non rinnegherò Cristo».
La sua storia ricorda che, in molti Paesi del mondo, seguire Gesù non è soltanto una questione privata. Per alcuni significa perdere opportunità, sicurezza e relazioni. Eppure Shima ha scelto di restare fedele, convinta che nessuna pressione umana possa annullare la sua identità in Cristo.
Otoniel: il pastore che non smette di sperare
Otoniel è cresciuto a Cuba in un periodo in cui i cristiani erano spesso considerati nemici dello Stato. Fin da bambino aveva imparato a diffidare della fede e a guardare i credenti come persone pericolose o sovversive. Ma un incontro cambiò completamente la sua prospettiva.
Un compagno di scuola gli parlò del Vangelo. Quelle parole accesero dentro di lui una curiosità che non riusciva a ignorare. Iniziò così a leggere la Bibbia di nascosto e a frequentare segretamente una chiesa. Ogni passo comportava rischi concreti: critiche, pressioni e problemi all’interno della stessa famiglia. Nonostante questo, Otoniel sentiva che Dio lo stava chiamando.
Con il passare degli anni maturò una vera e propria vocazione al ministero. Divenne pastore, in un contesto segnato dalla povertà, dalla sorveglianza governativa e dalle restrizioni alle attività religiose. Servire la Chiesa significava affrontare ostacoli continui, ma Otoniel decise di non arrendersi.
Negli ultimi anni la situazione nel Paese è diventata ancora più complessa. Periodi di forte instabilità e violenza hanno aumentato il senso di paura e incertezza. Molti credenti vivono sotto pressione emotiva e spirituale. In questo contesto Otoniel continua a guidare una comunità fragile ma resiliente.
Il suo ministero si concentra soprattutto sui bambini e sulle famiglie, perché crede che investire nelle nuove generazioni sia fondamentale per il futuro della Chiesa cubana. Inoltre dedica tempo ad accompagnare i credenti che affrontano scoraggiamento, crisi economiche e isolamento.
Pur vivendo in una realtà dove la fede può attirare attenzioni indesiderate, Otoniel continua a confidare nella protezione di Dio. La sua richiesta è semplice: pregare per la Chiesa cubana e per un autentico risveglio spirituale nel Paese. È convinto che la trasformazione di Cuba non passerà soltanto attraverso cambiamenti sociali o politici, ma attraverso cuori rinnovati dal Vangelo.
La sua testimonianza dimostra che anche in mezzo alle difficoltà più profonde la speranza in Gesù può rimanere viva e diventare una luce per molti altri.
News ed eventi
Entra in Azione
Fondazione Porte Aperte ETS
Casella Postale 1, 37040 Gazzolo d'Arcole (VR)
Tel: 045 6631224
Email: info@porteaperteitalia.org
5x1000 - C.F. 90002330125
P.IVA 04081060230
Sito internazionale:
www.opendoors.org
Porte Aperte Ticino:
www.porteaperte.ch

