Intervista a Marco e Mina, figli di Ayad, cristiano copto giustiziato da un commando dell’ISIS per aver rifiutato di rinnegare Gesù

Marco (14) e Mina (10 – entrambi nella foto) hanno visto il padre venire giustiziato per aver rifiutato di rinnegare Gesù. Sebbene siano fieri di papà, per la sua incrollabile fede persino di fronte alla canna di una pistola, quei tragici eventi hanno lasciato una ferita nel loro cuore. Ci troviamo nella regione di Minya, Egitto. Un giorno Ayad, cristiano copto, decise di portare i suoi due figli a vedere il lavoro del loro papà. La strada portava al monastero Saint Samuel, e un bus avanti alcuni km da loro fu fermato da un commando dell’ISIS. Ma poi i terroristi sentirono la macchina di Ayad arrivare, che oltre ai bimbi aveva con sé colleghi di lavoro.

All’improvviso in lontananza abbiamo sentito degli spari“, afferma il piccolo Mina. “Papà ci disse di accucciarci dietro i sedili“. Mentre racconta l’orribile tragedia, il piccolo Mina siede composto: “Abbiamo sentito che trascinavano fuori papà. I terroristi gli hanno gridato che doveva convertirsi all’islam, ma la sua risposta è stata no. E subito dopo gli hanno sparato…“. Anche i colleghi di papà sono stati fatti scendere e uccisi perché sono rimasti fermi nella loro fede. Stiamo parlando di cristiani copti, una forma di cristianesimo tradizionale presente da secoli e molto colpita dall’estremismo islamico in questi anni in Egitto. Un terrorista si accorse della presenza dei ragazzini e dall’esterno ha sparato mancandoli. Poi un altro miliziano del commando ha detto: “Lasciali in vita perché raccontino“, ci riporta sempre il piccolo Mina, con ancora negli occhi le immagini dei corpi a terra.

Ma poi è Marco a parlare: “Non sapevamo cosa fare. Volevamo aiutare, ma il cellulare non aveva campo. Non avevo mai guidato un’auto, ma dissi a mio fratello di salire nel pick-up, perché saremmo andati a chiamare nostra madre“. Marco faticava persino a raggiungere i pedali figuriamoci a guidare, ma incredibilmente è riuscito a guidare fino a un posto dove ha potuto telefonare. Poi sono ritornati nel posto della strage. Il papà era steso a terra, sanguinante. Mina ci indica il petto e dice: “E’ qui che gli avevano sparato” e poi indicando anche le gambe “e anche qui“. Poi Marco aggiunge: “E anche nelle braccia. Papà stava ancora respirando. Non riusciva a parlare, ma ci fece segno di scappare. Ma non volevamo lasciarlo lì“. I ragazzini hanno cercato di caricarlo sul pick-up, ma non ci sono riusciti, non erano forti abbastanza per alzare un uomo adulto in quelle condizioni. “Così ho abbracciato papà, appoggiandomi la sua testa qui” indicando il petto. “Ero tutto sporco di sangue, ma non mi importava“, conclude con un filo di voce Marco. Poco dopo Ayad, papà di Marco e Mina, è morto.

I ragazzini riescono a parlare dell’accaduto, ma Mina ha ancora incubi e non si fida di uscire di casa da solo. Marco, più grande, reagisce meglio apparentemente, tuttavia hanno bisogno di cura e guarigione.

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