La scorsa settimana un tribunale pakistano ha condannato a morte due cristiani per blasfemia.

Dal loro arresto nel 2014, Qaisar e Amoon Ayub sono detenuti nella prigione distrettuale di Jhelum, nella provincia del Punjab, 200 km a nord di Lahore, con l’accusa di “aver pubblicato materiale irrispettoso sul loro sito web”, riferisce AsiaNews in un suo recente articolo.

L’inizio della loro storia risale al 2010 quando Qaisar, a seguito di un diverbio avvenuto in ufficio, ha iniziato a ricevere minacce di morte. Per timore, insieme al fratello Amoon, ha lasciato il Paese e solo successivamente, dopo essere rientrati in patria, i due sono stati arrestati con l’accusa di blasfemia.

Il Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement (CLAAS), organizzazione che si occupa di intolleranza religiosa, ha dichiarato di voler portare la sentenza davanti all’Alta Corte di Lahore.

“Il giudice del processo non ha applicato un giudizio giusto, condannando i due cristiani in modo molto parziale”, ha dichiarato il CLAAS. Che poi aggiunge: “A causa delle minacce degli estremisti, i tribunali di grado inferiore passano la responsabilità al tribunale di grado superiore e poi ci vogliono anni per dimostrare l’innocenza dell’accusato. Il timore è che ora Qaisar e Amoon dovranno attendere anni per ottenere giustizia”.

L’avvenimento riporta alla mente il recente caso di Aasiya Noreen, cristiana pakistana nota come Asia Bibi, assolta dall’Alta Corte del Pakistan, sempre dall’accusa di blasfemia, lo scorso ottobre, dopo 8 lunghi anni di attesa.

Questo genere di avvenimenti tende a scatenare reazioni violente tra gli islamici più radicali. Essi interferiscono poi con il corretto funzionamento del sistema giudiziario perché minacciano i giudici.