NELLA FOTO: Una chiesa del Sudan

Il governo di transizione del Sudan sta attualmente lavorando a importanti riforme legislative nel campo della libertà religiosa. Tra queste vi è anche l’abolizione della pena di morte prevista per chi abbandona l’islam per abbracciare una fede diversa e lo scioglimento delle Commissioni ecclesiastiche nominate dallo Stato.

Il sistema giuridico sudanese si fonda sulla sharia (la legge islamica). L’articolo 126 del Codice penale, risalente al 1991 e ancora in vigore, prevede la pena di morte per coloro che abbandonano l’islam. Anche la blasfemia è considerata dalla legge un reato e può comportare una pena detentiva fino a sei mesi, frustate e multe. Per questo motivo i cristiani ex musulmani spesso nascondono la propria fede alla famiglia e alla comunità in cui vivono.

L’ex presidente del Paese, Omar Al-Bashir, aspirava a un’interpretazione rigorosa della sharia, tanto che il suo governo aveva istituito le Commissioni ecclesiastiche con il compito di vegliare sulle chiese e sulle loro proprietà. Nel 2017 alcuni leader cristiani avevano inviato una lettera al presidente per protestare contro l’ingiusto esproprio degli edifici, la distruzione di chiese e l’arresto di alcuni pastori. Negli ultimi anni inoltre, nell’area delle montagne di Nuba, migliaia di cristiani sono stati uccisi o costretti alla fuga a causa del tentativo del governo di effettuare una pulizia etnica ai danni delle minoranze religiose.

Le recenti parole del ministro degli Affari religiosi Nasr al-Din Mufreh riguardo allo scioglimento delle Commissioni ecclesiastiche e all’abolizione della pena di morte sono quindi state accolte con favore dai cristiani locali, tanto che anche Jo Newhouse, portavoce di Porte Aperte/Doors Open per l’Africa subsahariana, ha rimarcato l’importanza dei cambiamenti previsti: “Si tratta di sviluppi notevoli, esortiamo il ministro degli Affari religiosi a far sì che l’ordinanza venga rispettata con effetto immediato e che i beni confiscati dalle Commissioni Ecclesiastiche vengano restituiti alle chiese”.

Resta ora da vedere come le iniziative del governo verranno accolte dai sostenitori del vecchio regime. La nostra missione è a stretto contatto con i cristiani sudanesi che, nonostante gli importanti cambiamenti politici, continuano a vivere sotto pressione a motivo della loro fede. Per quanto riguarda i cristiani di origine musulmana, questi sviluppi positivi sono messi in ombra dalla precaria situazione economica, ulteriormente aggravata oggi dall’emergenza legata al Covid-19, che rende sempre più difficile il lavoro e il conseguente sostentamento delle famiglie.

Nonostante le difficoltà e i tanti anni di persecuzione, registriamo una costante crescita numerica dei cristiani in Sudan. Chiediamo di continuare a pregare per una svolta importante a livello governativo.